venerdì, 05 settembre 2008,20:15

Per la prima volta nella mia vita (ma spero non l'ultima!) ho avuto la possibilità di partecipare per alcuni giorni alla Mostra del Cinema di Venezia, grazie ad un concorso di recensioni che mi ha vista vincitrice insieme ad altri!

Per ora vi elenco i film che ho potuto vedere, con calma posterò anche alcune recensioni! Nel frattempo, per dare un minimo di giudizio sui film, ho messo gli asterischi di fianco ad ognuno (da uno a cinque)... Molti stanno per uscire nelle sale, quindi... buona visione!


FUORI CONCORSO

Burn after reading (Fratelli Coen) ****

La rabbia di Pasolini (Bertolucci) **

Cry me a river (Jia Zhang Ke) *

Tedium (Bahman Motamedian) ***

Romance de Vila do Conde + O Vitral e a Santa Morta (Manuel de Oliveira) *

Puccini e la fanciulla (Paolo Benvenuti) ***

 

ORIZZONTI

Pa-ra-da (Marco Pontecorvo) ***

Jay (francio Xavier Pasion) **

 

SETTIMANA DELLA CRITICA

Lonsj – Cold lunch (Eva Sorhaug) **

Sell out! (Yeo Joonhan) ****

Kabuli kid (Barmak Akram) **

 

GIORNATE DEGLI AUTORI

Nowhere man (Patrice Toye) ***

A country teacher (Bohdan Slama) **

 

VENEZIA 65 (CONCORSO)

Akires to kame (Takeshi Kitano) ***

The burning plain (Guillermo Arriaga) **

Inju, la bete dans l’ombre (Barbet Schroeder) *

Un giorno perfetto (Ferzan Ozpetek) *

Dangkou - Plastic city (Yu Lik-wai) **

Il papà di Giovanna (Pupi Avati) **

 

by Maristella82 | categoria:cinema | Link | commenti (popup) | commenti
martedì, 08 aprile 2008,16:50

Il barbiere Benjamin Barker (Johnny Depp), dopo anni di separazione dalla moglie e dalla figlia per un’infondata accusa di omicidio, torna in una Londra decadente e tenebrosa, dove il fumo nero dei camini dipinge il cielo nebbioso e colora i muri delle vecchie case. Non troverà nessuno ad aspettarlo, se non una figlia imprigionata dal viscido giudice Turpin, e il dolore per la moglie morta.

Una sola passione è riuscita a tenerlo in vita per tutti questi anni: il desiderio di vendetta, che ha dato origine al suo alter ego malato, Sweeney Todd.

A modo suo, Todd è un idealista: è convinto di poter ripristinare l’ordine, in questa Londra marcia e corrotta, seguendo una giustizia del tutto personale. Ma porsi come giudici quando non se ne ha il diritto può portare a conseguenze inimmaginabili.

Todd è ingrigito dal tempo e dal dolore, come la sua anima, ma splendenti sono i suoi rasoi d’argento che lo hanno atteso per tutti questi anni, custoditi come gioielli da Mrs Lovett (Helena Bonham Carter) che cucina disgustosi tortini di carne proprio sotto il salone da barbiere. Ben presto mattarello e rasoio danzeranno insieme ai loro proprietari suggellando un macabro patto.

Burton non è nuovo al genere del musical, ma in “Sweeney Todd” le canzoni assumono un ruolo preponderante, anche in termini di durata, e riescono a esprimere al meglio le sensazioni dei personaggi: la canzone che Todd dedica al suo rasoio merita senza dubbio di essere ricordata.

Todd canta “Anche questo giorno risplende di rosso”, mentre esegue una lenta strage, con la precisione e la freddezza del suo rasoio d’argento, unico amico di cui si fidi realmente. Ed è allora che i sentimenti fino ad allora soffocati escono a fiotti, macchiando il suo viso livido.

Il sangue diviene testimone di orrendi delitti, macchiando irreversibilmente il bianco perbenista della società, che invece di condannare questi delitti ne cancella le prove, diventando antropofaga di se stessa.

Il carattere cromatico del film, basato su tinte molto scure, è contrastato soltanto dal bianco pallore dei visi dei due protagonisti, molto simili ad altri personaggi della filmografia burtoniana (Victor, Edward mani di forbice, La sposa cadavere) e dal rosso acceso del sangue che, come ci viene preannunciato nei titoli di testa, scorrerà per tutto il film, in rivoli che si tramuteranno presto in fiumi.

La critica sociale è evidente: Sweeney Todd è un emarginato, come molti dei personaggi burtoniani,  e non riesce a trovare nessuna via di fuga dalla cruda realtà in cui si trova immerso. I brevi sogni di Mrs Lovett appaiono colorati e positivi, ma la goffaggine di Todd ci manifesta la sua difficoltà ad appartenere a quel mondo.

Lo humour nero che percorre il film riesce a cancellare il sentimento di disgusto iniziale, e trascina lo spettatore nel mondo lugubre di Todd, che conserva un carattere di enigmaticità e mistero. Burton non poteva non subire il fascino di quest’opera teatrale dominata dall’oscurità, dal grottesco, dalla malvagità degli adulti contrapposta all’innocenza dell’infanzia. Sarà proprio un’ossessione tipicamente adulta, quella di “possedere” le persone, a trascinare in un vortice di disgrazie la maggior parte dei personaggi.

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venerdì, 25 gennaio 2008,20:08

(con questa recensione sono arrivata terza al 2° Concorso Francesco Dorigo)

 

Yuri e Stella sono fratello e sorella, e si amano. Il loro amore profondo va al di là del legame di sangue,  e confonde ancora di più le loro vite disastrate: una madre che non c’è più, un padre soffocante che non riesce a comunicare coi figli e tanta voglia, ma anche tanta paura, di fuggire. Fuggire da un mondo cupo e opprimente che li rifiuta, un mondo che porta solo sofferenza, dolore e paura. Il mondo di Sangue è popolato da persone egoiste e menefreghiste, che non ascoltano e che non sanno comunicare, persone che per cancellare il dolore si isolano nel mondo delle droghe e dei rave party: un mondo di luce, suoni e colori che riduce tutti a marionette senza pensieri, incapaci di esprimersi. Corpi sudati, bagnati di sangue e di lacrime, dominati dalla paura. Paura dell’abbandono, paura di essere giudicati, paura di non farcela, paura di morire. Queste figure sfocate e indefinite vagano senza meta in un mondo ostile: sono animali in gabbia, come i lemuri delle prime immagini.

L’unico modo per fuggire dalla paura è schiacciarla, come si fa con le zanzare che invece Yuri alleva e nutre con il suo stesso sangue. Ma è difficile annientare la paura in un mondo dominato dalla violenza, nel quale  ognuno si relaziona agli altri con urla e prepotenza, e non sa gestire i sentimenti proprio perché non è mai stato educato a farlo.

Spacca tutto, Yuri. Spacca quel mondo fatto di luce riflessa, quel mondo che lo fa urlare e contorcersi alla ricerca di una via di fuga, fino a vedere uno spiraglio di luce, che si fa via via di un bianco abbagliante, ripiegandosi su se stesso.

Lascia un velo di amaro in bocca l’opera prima di Libero De Rienzo, che si era già fatto notare per le sue doti attoriali in Santa Maradona e in A/R Andata + Ritorno. Un film ricco (forse fin troppo) di contenuti interessanti e ben sviluppati, oscillante tra il registro drammatico e quello grottesco. La regia, mai banale, è piena di entusiasmo e il ritmo serrato (che spesso rasenta il videoclip) riesce a coinvolgere lo spettatore in un vortice di emozioni che non possono di certo lasciarlo indifferente. Un film intenso, con personaggi affascinanti interpretati da un cast particolarmente azzeccato.  Non resta che attendere le  prossime mosse del  giovane regista, che con questo esordio ci fa ben sperare in un’ulteriore crescita artistica.

 

 

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venerdì, 25 gennaio 2008,20:05

ERA MIO PADRE

Un uomo, sul ponte di un traghetto, respira a fondo l’aria di un mare sconfinato. Aria che sa di libertà, fino a quando un bambino svela le manette ai suoi polsi: ecco che quella libertà si tramuta in una pura illusione. Una scena che preannuncia il prossimo incontro con il figlio Fabio, educatore in un carcere, che si troverà davanti al padre senza saperlo.
A Fabio basta sentire il nome, Luigi Sparti, per capire chi ha di fronte, ma non si svela subito.
Fabio(Giorgio Pasotti) ha una sorella, Cristina (Michela Cescon), e una fidanzata, Emma (Katy Saunders, la Babi di “Tre metri sopra il cielo”, qui decisamente impalpabile), ma inspira da anni aria salata, pungente, rivelatrice di un vuoto incolmabile: la mancanza del padre.
Negativo, freddo, fragile e bugiardo, Sparti (uno straordinario Giorgio Colangeli) è un uccello in gabbia. Un uomo che ha sbagliato e sta pagando, inasprendosi per evitare che i sentimenti più remoti riaffiorino insieme alle lacrime.
Fabio scruta il padre, aspettando parole di pentimento che non arriveranno.
Non si rivela, Fabio. Fino a che le emozioni che gli ribollono dentro esplodono in uno sfogo alla mucciniana maniera, e solo qui le urla sembrano un po’ sopra le righe. Ma è un attimo.
Fabio desidera disperatamente un padre, e Sparti un figlio. I due percorrono le strade della città, vicini, entrambi sperduti, in un desiderio straziante di ricucire un legame lontano, ma intimo e ancestrale.
I due attori danno prova di enorme talento: Giorgio Colangeli è stato premiato come migliore interprete maschile al Festival di Roma, e Giorgio Pasotti torna alla ribalta dopo “Le rose del deserto” di Monicelli, con una recitazione ottima e un’apprezzabile capacità di restituire i più svariati stati d’animo: è il suo periodo d’oro, e qui per la prima volta ha un ruolo da vero protagonista, anche se spartisce equamente la scena con Colangeli (ragione in più per elogiare il lavoro di entrambi).
Alessandro Angelini proviene dalla produzione di documentari, e questo lo notiamo nella grande capacità di restituirci la realtà in modo oggettivo e non troppo costruito. Non addolcisce la pillola, Angelini, perché la vita non è stata dolce con padre e figlio, e la realtà così secca e inaspettata appare più vera di mille finzioni.
Angelini, prima di approdare alla regia, ha lavorato con grandi nomi, a partire da Moretti in “Caro Diario” (1993) e “Aprile” (1998), Mimmo Calopresti in “Preferisco il rumore del mare” (2000), Francesca Comencini in “Le parole di mio padre” (2002), Eugenio Cappuccio in “La vita è una sola” (1999), Pasquale Pozzessere in “Padre e figlio” (1994).
Il tema del padre è un tema che sembra ricorrere nella vita professionale del giovane regista, ma in generale interessa molto anche il cinema degli ultimi tempi: “My father” di Egidio Eronico (2002), tratto dal libro di Schneider (“Papà”) e premiato al Grinzane Cinema, “Viaggio alla Mecca”, di Ismael Ferroukhi (2004) , “Non bussare alla mia porta”, di Wim Wenders (2005).
L’aria salata pervade il film, e coinvolge lo spettatore.
Aria salata di emozioni, salata come le lacrime che si asciugano sul viso e sull’ anima, sui ricordi che bruciano intensi lasciando un forte segno dietro di sé.

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venerdì, 25 gennaio 2008,19:53

Il lungo e freddo corridoio del convento gesuita che ci accoglie all’inizio del film è il primo presagio dell’ immobilità che lo percorrerà per tutta la sua durata.
Andrea (Cristo Jivkov) si fa molte domande, su di sé e sul mondo che lo circonda, e sceglie il ritiro spirituale per tentare di darsi delle risposte. Meteore di un mondo soffocante, i compagni del convento (tra cui uno splendido Filippo Timi) costellano il suo percorso.
Questo mondo claustrofobico trasmette da subito allo spettatore un senso d’inquietudine, aggravato dal fatto di non comprendere del tutto la “punizione carceraria” che i personaggi si auto-infliggono.
E’ una prigione dell’anima, dei sentimenti: un mondo straniato e straniante, un mondo “fuori dal mondo”: quando Andrea guarda oltre le sbarre vede la vita, il movimento, le luci, mentre dentro tutto porta alla morte, alla fissità, al buio. Anche la camminata lenta in questo corridoio sembra descrivere degli zombies, dei “non-vivi”.
L’assenza di dialogo,  di amore, e il desiderio malcelato di giudicare il prossimo: tutto questo porta a pensare ad una sorta di setta, piuttosto che di un noviziato.
E’ un mondo chiuso, che in virtù di questa sua conformazione circolare, nega quello che esso stesso predica: laddove si esorta all’amore verso il prossimo, si trova solo freddezza (alla crisi di Andrea sono contrapposte facce assolutamente indifferenti); si predica di non giudicare ma poi si permette la gogna pubblica (“Ascolta cosa pensano i tuoi compagni di te”… “Sembri freddo”, “Mi sento giudicato da te”..), eliminando anche l’ultimo minimo barlume di speranza in un dialogo.
Anche il rito funebre, osannato e celebrato con grande ostentazione e cerimoniosità, in realtà si riduce ad un momento di “vacuità”: in fondo quello che rimane è il mucchio dei vestiti gettati a terra, per pulire la camera ormai vuota.
E’ un mondo fallimentare, che si auto-nega, dove gli unici che mettono in discussione quel mondo(Timi e Jivkov) ponendosi delle domande, vengono eliminati dal gruppo, in un modo o in un altro: logica fine per chi mette in discussione un mondo ormai sclerotizzato, che non accetta novità o scosse.
Andrea è tormentato. Quando decide di reagire, si toglie la “divisa” scura e rimane in maglietta: ora è diverso anche esteriormente. E’ una pecora bianca, e il fatto di aprire quella finestra tanto a lungo guardata, simboleggia proprio la sua diversità, la sua ribellione: i fuochi di artificio che scoppiano fuori dal convento brillano di una luce abbagliante che però dura un attimo: forse è un modo per segnalarci la vacuità della religione, o meglio la vacuità di quel “modo” di vivere la religione? Perché di modi per viverla ce ne sono tanti, e questo ce lo dimostreranno prima Timi, poi Andrea, che prendono strade diverse ma parallele.
Anche la musica è attrice viva della struttura filmica: all’interno del convento spesso è imposta (i superiori diffondono arie classiche a tutto volume durante il pranzo), e quando non lo è (ma in realtà non si capisce del tutto se sia “in campo” o meno) suona come “irreale”, grottesca. Quando però Andrea esce dalla “prigione-convento”, la musica che lo pervade è molto più realistica e piacevole (anche il volume torna ad essere “nella norma”). La musica che pervade i luoghi in fondo non è altro che la religione, Dio stesso… E forse possiamo vivere bene la nostra spiritualità solo se non ci vengono imposte costrizioni inutili ma se la viviamo seguendo la nostra anima, conquistandocela da soli.

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giovedì, 22 febbraio 2007,19:29
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martedì, 20 febbraio 2007,15:48
  

                         
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sabato, 27 gennaio 2007,00:45
Tornata da teatro da poco. Questo Natale avevo deciso di fare dei regali un po' diversi dal solito,e così ho regalato a mio fratello (e a me!) il biglietto per Fabio De Luigi, che si è cimentato nella difficile impresa di mettere in scena - da solo!! - quello stupendo libro di Stefano Benni che si intitola "Il bar sotto il mare"... Popolato di personaggi più o meno inventati e colorato da chicche che solo il mitico Fabio poteva tirare fuori, il palco durante l'ora e mezza dello show è diventato magico.
E anche il pubblico torinese, tacciato da sempre di essere freddo, è riuscito a stupire questo "one man show", con un'ovazione degna dell'artista che, ancora una volta (ma questa sera di più del solito) ha dimostrato di essere.
Grazie Fabio, sei grandioso, mi hai regalato una serata di sorrisi!
(Certo, se quello dietro di me non avesse avuto la risata simile ad un tacchino incrociato con un maiale, sarebbe stato ancora meglio, ma non si può avere tutto dalla vita, no??)
E grazie anche alla Giò, alla Tati e a mio fratello, senza di voi la serata non sarebbe stata così fantastica!!




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